O lavoro o morte...(fisica o psicologica)







Necessita premessa: “Per i leoni da tastiera che mi si scaglieranno contro sottolineo che lavoro ininterrottamente da 35 anni e che non sono pagato da chicchessia per scrivere quello che penso!”


Quasi non passa giorno nel quale le cronache non raccontino, drammaticamente, di persone morte sul luogo di lavoro.

Queste notizie di per sé appaiono davvero inverosimili agli occhi di chi rimane (pochi ormai) sensibili al valore umano e dell’umanità, poiché è apparentemente assurdo che si possa morire di lavoro in un’era nella quale viene decantato il “costo” della sicurezza sul posto di lavoro.

Qui sta la prima provocazione che in pratica vuole essere una profonda critica proprio a coloro i quali (e sono tanti credetemi) vedono la sicurezza sui luoghi di lavoro come un deterrente alla produttività e quindi ai fatturati, ai margini e così via.

Qualcuno penserà al classico pensiero retorico e populista di parte, ma sgombrate il campo invece da qualsiasi concetto ideologico e semplicemente, ognuno di voi, faccia mente locale e osservi il proprio posto di lavoro o quello di qualche conoscente o amico e si accorgerà che tante piccole accortezze sulla sicurezza in alcuni posti di lavoro specifici vengono debitamente aggirate per produrre di più!

Poiché il mantra è sempre quello, senza maggiore guadagno l’azienda non si salva…ma è veramente così?

Devono davvero difendersi da tasse esose e margini risicati?

Oppure si tratta di semplice, letale, ingordigia?

Mi spiace, ma molto “populisticamente” (altra provocazione) credo proprio si tratti, nella maggior parte di casi, di questa ultima la causa che provoca morti assurde ed evitabili!

Perché si sia giunti a questo è frutto di un pensiero comune di una classe imprenditoriale che riflette, come quella politica, come quella sociale del nostro paese, la maggior bassezza culturale possibile ed inimmaginabile almeno da 30 anni a questa parte.

Il percorso di distruzione della scuola pubblica, della sanità e del mondo del lavoro è cominciato con l’avvento delle deregolamentazioni neoliberiste di stampo anglosassone che hanno portato il nostro paese ad essere avvinghiato e mortificato dall’uomo solo al comando di berlusconiana memoria.

Passando poi, dopo i danni del citato precedente e del suo ministro Tremorti, pardon Tremonti, al letale Monti che ha “irregimentato” la sistematica distruzione di uno Stato Sociale che era invidiato da tutti i paesi occidentali, sempre in nome di una presunta ritrovata competitività del paese e per abbattere costi ormai insostenibili per casse dello stato mortificate dal prostatico alieno di Arcore.

E il colpo finale e letale è stato mosso da un altro presunto democratico liberale che al nome di Matteo Renzi ha, con la connivenza di un partito lontano anni luce dagli ideali di un tempo votati al valore umano e della comunità, letteralmente distrutto e cancellato intere epoche di sacrifici…e noi italiani muti!

Danni incalcolabili fatti nelle menti alienate e condizionate da anni di mercificazione dell'informazione di coloro i quali di volta in volta sono cresciuti diventando cittadini e che una volta diventati tali hanno fatto sì che almeno due, se non tre generazioni, abbiano distrutto ciò che i nostri nonni e bisnonni costruirono con tanto sacrificio ed abnegazione.

Una vera vergogna comminata in nome di recupero di produttività, di presunta meritocrazia e dell’ineffabile flessibilità!

In mezzo a questi politici di infima classe culturale (almeno Berlusconi e Renzi poiché Monti non era altro che un esecutore d’ordini ben armato da poteri superiori agli interessi delle masse), descritti con invero troppa indulgenza da parte mia, difatti occorrerebbe essere forti come i rivoluzionari francesi di un tempo per trattarli come meriterebbero, vi sono stati esempi “fulgidi” di altrettanti esimii Manager neoliberisti che in spregio a qualsiasi valore umano hanno sdoganato l’attacco diretto alla umanità intesa come forza lavoro.

In che modo?

Mi basti ricordare la famosa frase che fece letteratura (scialba e disumana) proferita da sua maestà Sergio Marchionne, l’ancora oggi incensato Manager che prese in mano la Fiat.

Vi ricordate la (delirante) frase: “In ferie da cosa?”

In queste poche parole vi è una tale freddezza di animo e un tale disprezzo del prossimo e delle sue esigenze “umane” che fa rabbrividire, anche perché è una frase che ha raccolto proseliti di chi, naturalmente, propugna l’unico ideale fondato sull’altrettanto unico presunto assioma valoriale determinato dal: “lavoro dunque sono uomo”!

Perdonatemi, anzi no, questo pensiero è da mentecatti, persone senza un briciolo di vero senso dell’umanità, quella frase citata precedentemente è qualcosa di disumano e di alieno, solo un uomo senza, appunto umanità, poteva proferirla.

E non sto discutendo delle capacità manageriale del soggetto in termini tecnici diciamo e aldilà della pietà che ci coglie verso la sua precoce fine dovuta ad un male incurabile, occorre ricordare, sia pure cinicamente che non si può essere amati solo perché si è morti, poiché quello che si è fatto in vita resta e rimane soggetto a giudizio storico!

Io affermo che preferisco ricordare chi in vita, in qualsiasi ambito, anche quello imprenditoriale, basti ricordare la figura di un lungimirante e vivente Brunello Cucinelli, oppure l’altrettanto esempio fornito da Giordano Olivetti, cerchi ed abbia cercato di unire anziché dividere!

Marchionne divise e divide…semplicemente...e creò i presupposti per fare della fabbrica nuovamente, in nome di un lavoro da avere per sopravvivere causa l’insanabile e continua perdita di posti di lavoro, un luogo di sistematica riduzione della dignità umana…non siete convinti?

Andate a chiederlo agli operai della Fiat, almeno a quelli con più anzianità e parliamone!

Un esempio (cattivo) di tale impronta manageriale sulle cosiddette risorse umane ha aiutato e indotto molti imprenditori ed imprese a sentirsi invincibili e inattaccabili e a ritenersi in cima alla catena alimentare, cioè a coloro che dando lavoro debbano essere “lasciati in pace” da regole e regolette stringenti che ne impediscano il giusto profitto!

Attenzione…non sto dicendo che Marchionne sia stato la causa di queste escalation di morti sul lavoro, dico che inserendosi come punto di riferimento manageriale ha creato un alibi nella testa di tanti, lavoratori compresi, per ciò che ha trasmesso in termini purtroppo ideologici: il lavoro unico metro di giudizio della dignità di un uomo.

Ricordate la funivia caduta il 23 maggio 2021… (inchiesta ancora in corso) vi furono politici e illustri (!) giornalisti che senza alcun briciolo di vergogna cercarono di far passare l’idea che l’eventuale responsabilità di qualcuno che tolse i famosi freni di sicurezza fosse dovuta alla necessità di recuperare margini e fatturati mancanti dai periodi passati di chiusura dovuti ai lockdown costretti dalla pandemia, come se questo potesse essere una giustificazione.

Ma come può solo passare per la mente un’idea malsana come questa se non indotta da una alienazione socioculturale conseguente da anni di cattivi esempi come quelli citati in precedenza!

Un vero scempio, senza mezzi termini.

Oggi, le regole e le leggi sulla sicurezza e i diritti dei lavoratori (quei pochi rimasti di diritti) sono visti, mi ripeto, come deterrenti alla competitività, alla flessibilità, alla produttività, questa è la triste realtà e tutto ciò si traduce in morti, tanti e troppi morti.

E vi sono giornalisti che difendono questo sistema ormai accertato di unico mantra che solo il lavoro è fonte di dignità sociale attraverso il successo dello stesso e sono pagati profumatamente per minimizzare le morti sui posti di lavoro in nome della produttività a prescindere.

Esagero? Anche no!

Se il lavoro è l’unico metro per definire il valore sociale di un uomo faccio la provocazione domandando…è possibile in questa società odierna ridurre il pensiero del valore di una persona al solo lavoro dunque?

Sì è possibile purtroppo....dato che se questa società la si considera come oggettivamente è nei fatti…prettamente, meramente, drammaticamente individualista ed individualistica e frutto dell’inganno e del seme malefico neoliberista!

In una società, invece, dove al centro vi sia la comunità formata da singoli che attraverso le loro peculiarità esaltino la condivisione del sapere e della fratellanza non vi sarebbe questo problema della disconferma e del mancato riconoscimento della dignità umana attraverso il binomio uomo-lavoratore.

Perché di questo si tratta, nella società liberistico-individualista se non lavori o se non hai, addirittura, un certo lavoro, sei considerato nessuno o incapace.

Se una persona oggi non ha lavoro viene ghettizzata in un alveo di morte sociale, pensionati compresi, oggi quasi mal accettati per non essere più "produttivi"!

In attesa di qualche redivivo e reincarnato rivoluzionario francese…tanti…troppi…continueranno a morire…di lavoro… questa è la nuova guerra dei paesi presuntamente civili e democratici di questo pazzo occidente!

Una guerra dove a terra restano i corpi dei deboli, in una società sempre più inconsapevolmente (o forse no) darwinianamente fascista!

Necessita postilla, uguale per altro alla premessa: “Per i leoni da tastiera che mi si scaglieranno contro sottolineo che lavoro ininterrottamente da 35 anni e che non sono pagato da chicchessia per scrivere quello che penso!”


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PUBBLICAZIONI

Il Respiro dell'ignoto

Editore: Gruppo Albatros Il Filo
Collana: Nuove voci
Anno edizione: 2015
Pagine: 98 p. , Brossura
EAN: 9788856775341